06 Luglio 2008

Lettera ad una ragazza

LETTERA AD UNA RAGAZZA  (RACCONTO)

 

 

Pochi giorni fa, in modo del tutto casuale, mentre stavo spolverando e ordinando i mobili del solaio mi sono imbattuto nei quaderni e nei libri di scuola di mia madre.

 I libri non sembrano neanche avere l’età che hanno: sono ancora tutti rilegati in modo perfetto. Solo lo scotch che tiene attaccato la copertina di rivestimento sembra aver subito le ingiurie del tempo: è ingiallito e in alcuni casi si è scollato. Sebbene fossero chiusi nei mobili, un piccolo strato di polvere ne ha ricoperto le parti più esposte all’aria. Un leggero profumo di polvere misto a muffa e lichene  si alza dai libri quando gli sfoglio: è un odore strano che ricorda quello del sottobosco umido, quando la pioggia ha appena smesso di cadere e i primi raggi di sole invadono l’aria. 

I testi sono sottolineati a matita: un tocco lieve e fino che solo una mano leggera e precisa sa fare. Gli appunti negli spazi tra i vari paragrafi e ai lati delle pagine sono scritti in corsivo: una calligrafia minuta ma allo stesso tempo graziosa e di facile lettura. Le parole sono spaziate in modo regolare e sono tutte leggibili chiaramente, con lettere grandi e curveggianti: la “o” tonda come una sfera;  mentre la “a” leggermente schiacciata,  ricorda vagamente la forma di una mela; la “t” con quel suo trattino corto e leggermente sfuggente è rimasta la stessa di adesso. 

Se chiudo gli occhi me la immagino così: assorta nei suoi pensieri mentre la mano scivola veloce e fluida sulle pagine bianche dei quaderni; con la testa leggermente inclinata su un lato, con una gamba a cavalcioni sull’altra che si muove leggera, quasi impercettibilmente,  al ritmo di un motivo che sta canticchiando sottovoce.

La immagino così mentre studia nella sala dei miei nonni: con gli scuri spalancati e la  luce del sole che le illumina il viso, su cui vi è un sorriso leggermente accennato che non la abbandona mai.

Così, più che pulire e spolverare, mi sono perso nel guardare e nello sfogliare vecchi ricordi dei miei genitori. Nei vari “cimeli” ho trovato anche un suo diario: in mezzo alle pagine c’era anche una sua foto. 

Il viso è regolare con  gli zigomi  leggermente alti e sporgenti, con le guance che accennano ad incavarsi e la fronte alta. La bocca è ben fatta, nè piccola nè troppo allungata, con le labbra colorite leggermente carnose. Il naso è rivolto lievemente all’insù, un pò francese e molto chic. Nella foto sorride, con i capelli corvini che gli scendono lunghi e mossi fin dietro le spalle. La pelle dà l’idea della seta: morbida e vellutata. Il bianco dei denti e del colletto della camicia contrastano con la sua carnagione lievemente abbronzata. Lo sguardo è calmo e sereno, velato da un alone di dolcezza . Gli occhi sono bellissimi: grandi e scuri, profondi e dolci, con le ciglia lunghe, ben distanziati fra loro, dove l’iride d’ebano nuota sorridendo nel calmo mare d’avorio della cornea. I piccoli orecchini che si intravedono le donano un eleganza quasi aristocratica.

“Com’era bella!”,  è stato il primo pensiero che mi è venuto in mente. Non che fino ad allora  non avessi  mai visto una sua foto di quando era giovane, anzi, ma quella foto è davvero particolare: sarà per il fascino del bianco e nero o per via di un non so che, ma quella foto mi è entrata subito nel cuore. E di colpo mi ha fatto pensare a mio padre: chissà com’è stato per lui la prima volta che l’ha vista. Penso che se ne sia innamorato subito. Cosa che non penso sia valsa anche per lei, sebbene non glielo abbia mai chiesto. E quello che mi sono sempre domandato è come mai abbia scelto mio padre; perchè se nè innamorata  benchè potesse scegliere fra molto meglio.

E così ho spulciato attentamente fra mille cimeli, guardando e assaporando ricordi che non mi appartengono, forse per il bisogno di sapere, di conoscere, di capire una parte di me o di farmi qualche illusione su cose che non ho visto, ne ho vissuto di prima persona. Mi sono perso sognando di cose che appartengono al passato; volando con la fantasia in valli i cui segreti sono celati a chiunque non ne sia stato partecipe. Sempre nel suo diario ho trovato questa lettera scritta su carta velina da mio padre. Al tatto  è leggera; soffice come lo zucchero a velo. La prima volta che l’ho letta mi sono sentito un pò come un ladro: mi sentivo come se avessi violato una promessa fatta tanti  anni  fa a una persona di cui non ricordo il volto ne il nome. Mi sono sentito come se avessi rubato qualcosa di unico per mia madre, uno di quei segreti che uno tiene per se; che se lo tiene stretto e nascosto negli anfratti più remoti del proprio cuore. Ma allo stesso tempo ne sono rimasto colpito, e la cosa che più mi ha spaventato era che non ne sapevo il perchè.

Il nome di mia madre non ha importanza, potete chiamarla come volete : Anna,  Maria, è lo stesso, tanto il senso della lettera non cambia e il suo valore non dipende nè da me nè da voi. Più o meno c’era scritto questo:

 

“ Cara........, quando leggerai questa lettera forse sari già riuscita a costruire intorno a te un muro così alto e impenetrabile che queste parole non  ti toccheranno nemmeno, e non so se riusciranno a sfiorare le ali del tuo cuore, che come una piccola aquila  ha uncinato il mio e ora lo sta lasciando grondare.  L’ha preso tra i suoi artigli e l’ha portato in alto, e poi tutto ad un tratto l’ha lasciato andare. L’ha deposto vicino alle sponde di un piccolo ruscello di montagna, dove l’acqua scende limpida e   gorgheggiante, lasciandolo solo.  E ora mi ritrovo ad un tratto  abbandonato e immobile, incapace di capire  e di volere. Vorrei dissetarmi, bere delle acque di quel rivolo, ma non riesco a muovermi. Vedo quel cuore sbattere le sue piccole ali; come un piccolo falchetto immaturo  emette suoni confusi piangendo parole che si perderanno nel vento, si perderanno e moriranno ancor prima di nascere, e stilla sangue da ogni poro. Forse il tuo muro sarà così forte che  queste parole vi si infrangeranno contro  come le onde del mare sulle scogliere, e sebbene siano animate da forze sovrumane  che vanno al di là della nostra comprensione e vengano sospinte da venti possenti, nulla potranno fare di fronte alla solidità della roccia.   

Ma forse è anche per questo che ti ho sempre ammirato: perchè non riuscirò mai ad essere quello che sei tu. Ti ho sempre voluto bene per quello che sei: più bella di me, più brava di me, più intelligente e più forte di me. E ti ho sempre ammirato per questo , ed è quello che a me è sempre mancato e mi mancherà sempre, e che speravo di trovare avendo te. Ho sempre saputo che non avresti mai rinunciato a niente per me, e in fondo non l’ho mai preteso. Mi sarei accontentato di poco: piccoli gesti che mi avrebbero fatto capire che almeno valevo qualcosa per te; di cinque minuti rubati al tuo tempo, quei cinque minuti che mi avrebbero detto che almeno non ero uno come tutti gli altri, che almeno eri contenta di avere un ragazzo come me. 

E invece ora, forse, ti sarai già dimenticata di me. Forse, ora per te, sarò solo un piccolo ricordo, una forma indistinta, che qualche volta riemerge nei tuoi sogni, e forse cercherai di fare di tutto per schiacciarla completamente. Sarò per te come un piccolo soprammobile, neanche tanto bello, che si fa vedere solo per dire: ecco ho anche questo!  E magari verrò spolverato solo nel momento del bisogno, mi cercherai solo quando sarai rimasta sola, con i tuoi dubbi, le tue angosce e i tuoi problemi.

Ma se anche per te non fosse così, se ho mai contato qualcosa per te e in fondo al tuo cuore la stretta del rimorso  è ancora pungente e viva, allora mi chiedo perchè l’hai fatto? Così di punto in bianco, distruggere in un momento quello che avevamo costruito?  Non vorrei che avessi raccolto suggerimenti sbagliati, che ti abbiano dato una spinta verso queste decisioni, e che nei tuoi pensieri più nascosti sai di aver fatto la scelta sbagliata: perchè la luce dei tuoi occhi è ancora  una bellissima stella, e nel tuo sguardo rivedo le parole che sussurrate aleggiavano nell’aria piena di sentimento.  Non ho mai capito perchè mi hai scelto; io stesso ti ho sempre detto che avresti dovuto  prenderti un altro, molto migliore di me. Non ti ho mai meritata, e pensandoci mi accorgo di non aver fatto niente per questo. Mi dispiace di non essere stato il ragazzo che forse avevi in mente e  di non essere stato alla tua altezza."

 

Non so se sia stata questa lettera la pacificatrice di ogni loro problema ed incomprensione. Forse mia madre aveva già deciso che sarebbe andata così. O magari si erano già rimessi insieme prima che lui gliela desse. Anzi, mi viene il dubbio che mio padre non abbia mai avuto il coraggio di farlierla avere, e mi piace pensare che lei l’abbia trovata così, per caso, scoprendo una parte di lui che fino ad allora le era rimasta sconosciuta  o che l’avesse intravista soltanto dietro le ombre velate dei suoi modi e del suo carattere, nascoste dietro il blu dei suoi occhi che come un mare misterioso cela solo a navigatori superficiali i suoi tesori più profondi. Un pò come quel piccolo centro di perfezione  che ognuno di noi possiede fin dalla nascita, quel piccolo nocciolo d’oro che dobbiamo cercare di mantenere puro ed inalterato. Però, papà, lasciati dire che ora mi viene un dubbio: che, forse, se  gliene avessi scritta un’altra, magari a quest’ora saremmo uno in più in famiglia.  Magari la sorella che ho sempre sognato e che non ho mai avuto.

 

Alessio

 

2 commenti

Tags: racconto
Vai alla home di questo BLOG Segnala un abuso nel post

Studenti.it Iscriviti alla community di Studenti.it Segnala un abuso Crea il tuo blog Foto Vip
© BanzaiMedia | Community | Tutti i video | Testi canzoni | Cinema e Film | Aiuto e supporto